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IoT: la parola all'R&D Innovation Manager

IoT: la parola all'R&D Innovation Manager

Di IoT si parla ormai da anni, forse da decenni.

Il concetto originale su cui si basava l’IoT era molto semplice; “connettere cose”, quante più possibili, anche e soprattutto quelle che fino a quel momento mai si sarebbe pensato avesse senso connettere, così da poter interagire con esse.

L’acronimo Internet delle cose, di per se assai generico, si prestava peraltro a molteplici interpretazioni e così in effetti è stato; produttori, analisti e consulenti, non si sono fatti pregare e lo hanno interpretato e contestualizzato talvolta anche in modo molto creativo.

L’elemento centrale sui cui ruota un ecosistema IoT è il “dato”. Le “cose” fanno il loro normale mestiere ed al contempo generano dati, che possiamo raccogliere ed analizzare.

In funzione della “cosa” che li ha generati (macchina o sensore che sia), i dati possono essere pochi, tanti, difformi, riservati, asincroni e più questi sono disomogenei tra loro, più diventa complesso aggregarli ed analizzarli.

Per questo l’IoT va a braccetto con il cloud, cioè il punto dove attualmente sono disponibili soluzioni di Analytics, Intelligenza Artificiale e Machine Learning che consentono in modo relativamente semplice ed economico di manipolare fattivamente questi dati.

Un altro aspetto cruciale è la connettività; di fatto l’elemento più abilitante, forse quello che ha condizionato e condizionerà maggiormente l’adozione massiva di queste tecnologie.

Le “cose” sono ovunque, spesso sono in movimento ed il dato va raccolto e consegnato quanto più rapidamente possibile “integro”  al sistema che lo dovrà analizzare.

Il real-time, non sempre necessario, alza ulteriormente l’asticella perché richiede elevate capacità trasmissive e tempi di latenza ridottissimi. Le future reti di comunicazione (in particolare quelle senza fili) dovranno essere molto performanti.

Oggi, dopo anni di previsioni (parzialmente disattese) e numeri sparati un po’ a casaccio, le tecnologie e le soluzioni IoT-related, iniziano a diffondersi ed applicarsi tangibilmente ai nostri ambiti professionali e privati e diventeranno sempre più pervasive. Sono relativamente economiche, interfacciate, abbastanza semplici da utilizzare e (come già anticipato) molto molto automatizzate. Sperimentare in ambito domestico è facile, stimolante, affascinante e divertente e permette di toccare con mano le potenzialità e capirne meglio il funzionamento.

Soluzioni consumer come Sonoff, Shelly, D-Link, per non parlare di Amazon Alexia e Google Home sono ormai banalizzate, si gestiscono con uno smartphone e sono alla portata di tutti. Le piattaforme IoT open-source, come Home Assistant obiettivamente più da smanettoni, sono potentissime e sempre più diffuse.

In ambito aziendale invece le cose sono un po’ più complicate.

Benefici e semplicità d’uso da parte dell’utilizzatore non sono in discussione, ma la complessità d’implementazione è decisamente più elevata. Attualmente sono disponibili sul mercato una pletora di dispositivi e soluzioni diverse e da anni i produttori (ICT e non solo) investono miliardi di dollari nella ricerca e nello sviluppo. I casi d’uso però sono molteplici e richiedono un’elevata personalizzazione della soluzione ed adattamento della stessa al contesto nella quale si applica.

Fatto salvo aspetti non prescindibili per una realtà aziendale (per esempio la sicurezza fisica e logica), un approccio all’IoT basato su standard, best practices e replicabilità è difficilmente percorribile, quanto meno allo stato attuale delle cose. E’ probabilmente più opportuno partire dal singolo “caso d’uso” ben chiaro e circostanziato e su questo costruire la soluzione e l’architettura più adatta ed efficiente.

Scelta dei mirata dei componenti, disegno dell’architettura ed interoperabilità con quanti più sistemi “legacy” esistenti, sono fattori determinanti per la buona riuscita di un progetto, per questo sono indispensabili “customizzazioni” spinte, che spesso diventano veri e proprio sviluppi applicativi ad hoc.

E qui entra in gioco la figura cruciale del System Integrator, (definizione assai enigmatica, che si presta a molteplici interpretazioni, ma in questo caso particolarmente centrata), cioè l’attore che grazie ad una conoscenza del contesto specifico (il cliente), avvalendosi di competenze molto trasversali, è in grado di comporre questo grande “puzzle”.

Allo stato attuale questo insieme di professionalità non è così scontato, ne è così diffuso nel panorama dei sedicenti System Integrator Italiani (ma probabilmente lo stessa vale anche oltre confine).

Per concludere, l’IoT attraversa una fase transitoria ed obiettivamente ancora work in progress, ma da tempo si può considerare terminato lo stadio più pioneristico ed al tempo stesso certificare una reale maturazione delle tecnologie. L’adozione massiva invece (che determinerà un’ulteriore riduzione dei costi ed un innalzamento degli standard qualitativi, il solito gatto che si morde la coda) è ancora di la da venire, per tutta una serie di motivazioni più culturali e concettuali che non appunto tecnologiche.

Rimane il fatto che valutare i benefici di queste soluzioni, sperimentarne l’applicazione, o quanto meno mantenere un costante livello di attenzione verso di esse, dovrebbe essere una prerogativa costante di tutte le aziende che intendono efficientare i propri processi produttivi e gestionali.

 

A cura di Andrea Gelati - R&D Innovation Manager 

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